Restare in silenzio”

Ora conteremo fino a dodici

E tutti resteremo fermi.

Una volta tanto sulla faccia della terra,

non parliamo in nessuna lingua:

fermiamoci un istante

e non gesticoliamo tanto.

Che strano momento sarebbe senza trambusto, senza motori;

tutti ci troveremmo assieme

in un’improvvisa stravaganza.

Nel mare freddo il pescatore

non attenderebbe alle balene

e l’uomo che raccoglie il sale

non guarderebbe le sue mani offese.

Coloro che preparano nuove guerre

guerre con il gas, guerre con il fuoco,

vittorie senza sopravvissuti,

indosserebbero vesti pulite

per camminare coi loro fratelli

nell’ombra, senza fare nulla.

Ciò che desidero non va confuso

con una totale inattività.

È della vita che si tratta..

Se non fossimo così votati

a tenere la nostra vita in moto

e per una volta tanto non facessimo nulla

Forse un immenso silenzio

interromperebbe la tristezza

di non riuscire mai a capirci

e di minacciarci con la morte.

Forse la terra ci può insegnare,

come quando tutto d’inverno sembra morto

e dopo si dimostra vivo.

Ora conterò fino a dodici e voi starete zitti e io andrò via.

Pablo Neruda (Ricardo Eliécer Neftalì Reyes Basoalto 1904/1973)

Utilizzo la bellissima poesia di Pablo Neruda per introdurre una riflessione sul “silenzio”.

Quando ho riletto questa poesia, mi ha colpito l’assonanza con la situazione che abbiamo vissuto a Marzo del 2020 in cui tutto era “sospeso”. Il mondo intero e tutti noi siamo stati catapultati in una dimensione sconosciuta, fatta di “silenzi”.. silenzi che non conoscevamo più.

Certo non era questa la predisposizione d’animo o il messaggio che voleva trasmettere il bravissimo poeta, il quale non credo potesse immaginare una situazione del genere.

Ma è stato proprio il silenzio che chiaramente ho avvertito in quel periodo che mi ha permesso di interrogarmi su cosa significasse per me il silenzio.

Siamo così abituati al rumore quotidiano che ci stupiamo quando improvvisamente cala.. eppure il rumore eccessivo è presente nella nostra vita così detta “moderna” e soffoca la nostra intimità, impedisce di pensare, lavorare e vivere con serenità. Proviamo ad immaginare le nostre giornate, quando il rumore dei vicini di casa ci assorda, quando siamo fermi a un semaforo e chi viene dietro strombazza con il clacson, quando proviamo a concentrarci e non ci riusciamo perché il cellulare squilla, perché il bambino piange, perché in televisione tutti urlano, o qualsiasi altra cosa disturbi il nostro cervello.

Spesso quando mi capitano giornate così caotiche ed assordanti, mi viene in mente la parola inglese per rumore “noise”, che deriva dal latino nausea, sensazione che ben conosco in quei frangenti…ed è a quel punto che desidero con forza il silenzio, come camminare nel bosco sotto la neve o tuffarsi nel blu del mare, o chiudere gli occhi e lasciare il rumore fuori dalla porta. Vi è mai capitato?

Credo proprio di sì. Quindi parrebbe che il rumore causato dalla “modernità” diventi elemento stressogeno, mentre il rumore (silenzio) causato dalla natura, risulti terapeutico.

Ma esistono altri “silenzi” che possono essere d’aiuto alle persone per rigenerarsi; ad esempio l’arte, nelle sue espressioni più elevate, utilizza il silenzio e il tempo, nella poesia la punteggiatura porta il silenzio tra le parole, nella musica il simbolo della pausa segnala l’importanza del silenzio per la melodia musicale.

Oppure pensiamo alle relazioni personali, quando siamo innamorati perdutamente, gli amanti sperimentano un’intimità dove le parole possono anche essere qualcosa di troppo, mentre il silenzio diventa il luogo in cui, si condivide ogni pensiero, sensazione ed emozione. Questo non avviene per tutte le persone, per alcune il silenzio mette a disagio, crea imbarazzo.

Capita, ad esempio, che, quando ci troviamo da soli in casa, si abbia bisogno di telefonare a qualcuno, oppure accendiamo contemporaneamente televisore e radio; dobbiamo distrarci con qualcosa per non sentire “il rumore” dei nostri pensieri; magari proprio di quei pensieri che vogliamo assolutamente evitare di sentire. Anche la dimensione del tempo nel silenzio è di rilevanza fondamentale, il silenzio può amplificare il disagio o renderlo più vivibile.

Il mio pensiero a questo punto va sul mio lavoro, il lavoro terapeutico in psicologia, perché utilizza, come veicoli metodologici, proprio il tempo, il silenzio e la parola.

La parola in ogni terapia psicologica gioca un ruolo di primo piano e ben presto, attraverso la relazione terapeutica, la persona apprende che quello che dice ha un valore, comprende che la parola in terapia non è vuota, scopre che la parola è qualcosa di diverso dall’uso che ne facciamo nella vita comune, dove si afferma qualcosa così, “tanto per dire”.

Insieme all’esperienza psicologica del ritrovato valore della parola, la persona fa esperienza anche del silenzio, il silenzio è il tempo della riflessione, utilizzato per ascoltare davvero le parole, sia le proprie che quelle dell’altro, diventa spazio per poter condividere i pensieri, in modo costruttivo.

Troppo spesso, nella rumorosità della modernità, non ci concediamo questo meraviglioso strumento, atto di amore verso noi stessi , che è il silenzio. .

In fin dei conti, quindi, il silenzio, il tempo e la parola hanno bisogno di essere valorizzate, protette e amate in questo mondo così pieno di rumori, interni ed esterni, distraenti e stressanti, per poter ritrovare il perno della nostra essenza, dei nostri “perchè”, dei nostri progetti, dei nostri sogni, del nostro tempo.

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