Spesso mi ritrovo a parlare con le persone, scambiando informazioni, sentimenti e riflessioni sulla situazione emergenziale sociale dovuta al COVID.
Le emozioni che emergono in modo prepotente sono quelle legate all’ansia claustrofobica, alla paura della malattia, della morte e questi sono comuni nella maggior parte delle persone con cui entro in relazione.


Vi è però un aspetto che, a mio avviso, non viene abbastanza affrontato, la percezione del “tempo lento”, del tempo che non ha più i confini e ritmi come noi li conosciamo.
Tale percezione è comune (molto prima del COVID) dalle persone che la vivono nella loro vita, a seguito di “incastri” o malattie, sofferenza psichiche, nelle carceri o la ritroviamo nelle persone che hanno subito lesioni neurologiche a seguito di ictus; ovviamente ognuno in modo diverso ma tutti vivono una vita sospesa.


Ad esempio nelle carceri a media\alta intensità di controllo la vita è scadenzata esclusivamente dai pasti e dalle uscite in cortile, mentre il resto della giornata si stà chiusi in cella. Le attività che vengono fatte sono principalmente giocare a carte, guardare la televisione e stare sul cellulare. Le interviste che vengono riportate parlano di stati di confusione, i carcerati presto perdono la concezione del giorno in cui si è, le ore si ripetono uguali a sé stesse.


In modo differente ma riconoscendo dei punti in comune, anche chi vive nella condizione di “prigione mentale”, dovuta ad una lesione neurologica importante, o disturbo psichico, vive nello stesso stato di confusione e prostrazione. Le ore diventano così allungate, lente, noiose.

Purtroppo anche tutti gli adolescenti chiusi “per scelta” costretti nella loro stanza, incarcerate da Sé stessi, autoinfliggendosi la perdita della dignità del proprio corpo, del proprio tempo, della propria psiche. Il tempo si dilata, non ci sono più i minuti, le ore, i giorni, nessun progetto.


Ho provato a trasferire questi vissuti appena elencati, alle restrizioni sia fisiche che emotive che dobbiamo, per legge, vivere in questo periodo, che seppur decisamente importanti e vitali per la nostra sopravvivenza, rischiano di farci provare gli stessi stati di annichilimento, confusione, di perdita della progettualità insita nel nostro Essere e nel nostro corpo.
Assistiamo, purtroppo, alla mortificazione del corpo, perché, nella sua inattività, perde il ruolo di promotore dell’energia vitale; la pelle, che è il nostro ultimo confine con il mondo, sospende la capacità di percepire le emozioni fisiologiche.


Nelson Mandela, per poter vivere e sopportare il regime carcerario si sottoponeva ad una rigida disciplina fisica e mentale, tanto che, quando non svolgeva le sue attività quotidiane, avvisava le guardie per non preoccuparli. Allo stesso modo, la disciplina costante sia fisica che mentale è di fondamentale importanza per la riabilitazione delle persone con lesioni neurologiche.
Il rischio è che la psiche possa ammalarsi, così come il corpo deprivati di stimoli sociali, naturali, culturali, di obiettivi raggiunti o persi, dei colori delle emozioni.

Bisogna perciò scoprire e dare un nuovo valore al tempo, nuovo valore alla psiche e dare dignità di sentimento al nostro corpo. Un po’ come riuscire a reimparare a respirare.

Fondamentale è progettare i nostri futuri possibili, mantenendo il contatto con il nostro passato per vivere il nostro futuro, concentrandosi sulle relazioni il più possibile appaganti con gli altri e Sé stessi.

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