Due tempi coesistono nell’uomo. Uno si colloca lungo un asse orizzontale che chiamiamo col nome di quotidiano. L’altro su un asse verticale che chiamiamo storia. Il tempo come generalmente lo misuriamo, ricorrendo alla scansione cronometrica è tutt’altro.

Quest’ultima assume il tempo come astrazione poiché lo concepisce in modo perpetuo. Si esprime con un conteggio, quello tipico dell’orologio.

Tuttavia il nostro cervello non “conta” il tempo: lo percepisce come movimento. Le aree motorie supplementari controllano la coordinazione dei movimenti che ci rappresentiamo come sequenze di eventi ordinati grazie alle quali ci formiamo il senso del prima e del dopo. Gli eventi diventano marcatori temporali.  Nella percezione del tempo, che non avviene attraverso i cinque sensi, gioca un ruolo importante l’eccitazione: essa rende il vissuto del presente intenso. Un attimo in cui passato e futuro si urtano per un istante producendo piacere o noia. Chi si occupa di psicologia sa che sono i ricordi a formare ciò che chiamiamo personalità. Tuttavia, e qui c’è a ben vedere un paradosso, il nostro personale orientamento rispetto al tempo è estremamente inaffidabile. Il cervello non dispone di un calendario.

Giacché per gli uomini il tempo è la sostanza dei ricordi, questi non sono entità materiali disponibili come abiti in un armadio, bensì processi ricostruttivi lacunosi di memorie del passato connotate emotivamente.  Per noi, umani, i ricordi di eventi accaduti coinvolgono, nella maggior parte, altri. Non sono altri qualunque ma altri significativi, siano essi amici, familiari, amanti, conoscenti. Il desiderio, in tale contesto, è il movimento attraverso il quale il soggetto è decentrato. La ricerca dell’oggetto della soddisfazione o della mancanza fa vivere un’esperienza in ragione della quale il centro del soggetto non è più in lui bensì fuori di lui, in un oggetto da cui è separato. Il movimento è il tentativo di ricostituire un’identità, un’unità unendosi all’oggetto per ricostituire il senso di benessere conseguente al soddisfacimento ottenuto mediante tale riunione. Abbiamo introdotto, pertanto, parlando di tempo, il concetto di desiderio.

È la dilazione esistente tra sé e altro, l’oggetto, a muovere il soggetto. Nel movimento del desiderio prende corpo il senso del tempo. Ma, la sottrazione? Il tempo inteso come sottrazione, che ne è?
Ogni movimento, a ben vedere, procede per negazione: negazione dello stato di cose precedente. Ogni azione è la negazione di quella che la precede. Negazione intesa non come accezione negativa bensì come azione di negazione che tenta di affermare uno stato di cose differente rispetto a quello precedente.

Affermando il non ancora, nego ciò che è poiché già accaduto.
La memoria è la ricostruzione di questo indefinito processo di ciò che nel passato è stato negato affermandone, di volta in volta, il tentativo del suo divenire. Il presente scava costantemente il futuro, consegnando ciò che di tale scavo ne risulta, al passato. In tal senso il tempo è un sottrarre costantemente il presente dal futuro consegnandolo al passato: un processo non accumulativo ma sottrattivo, un continuo balzo indietro.

Il non ancora rappresenta la negazione dell’ora come avvenimento che sottrae l’esistente dall’esistere consegnandolo al possibile stato futuro desiderato. Il tempo ci parla del destino dei nostri desideri desiderati e in quanto tali non più desiderabili salvo il loro rinnovamento: sempre, a ben vedere, negazioni poiché ogni rinnovamento nega ciò che è.

Nel rinnovarci come esseri desideranti noi consumiamo il tempo del già desiderato affinché esso ci possa illudere, o deludere, verso nuovi desideri desiderati.

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