Prendiamo spunto, in avvio, da quanto affermato in Scabini & Cigoli (Il famigliare. Legami, simboli, transizioni. Milano, 2000) “il tempo familiare o la temporalità va esaminato attraverso le modalità che le famiglie usano per connettere passato, presente e futuro”.

In sintesi, le famiglie con un buon funzionamento sono in grado di connettere il presente al passato e progettare il futuro al contrario dello stile relazionale di quelle disfunzionali caratterizzato dalla negazione dello scorrere del tempo e dei cambiamenti ad esso connessi e dall’incapacità di prefigurare e programmare il proprio futuro.

Il ciclo di vita familiare, articolato secondo diversi stadi evolutivi, viene per rendere più chiaro e comprensibile il tema suddiviso in fasi.

In tale articolazione, cogliamo il tempo come il succedersi di fasi ed eventi critici riconducibili a diverse età della vita.

Il tempo, così inteso, è rapportabile alle fasi citate in cui si fondono tempi biologici, come ad esempio, la nascita e la morte, e i tempi della casa giacché la parola famiglia rimanda a famulus, da faama, casa.

L’elemento su cui poniamo oggi l’attenzione è il concetto di connessione inteso come legame tra le diverse dimensioni temporali in cui la vita della casa prende forma.

Da un lato abbiamo il tempo di cui parliamo correntemente, quello che conosciamo o sperimentiamo nella quotidianità, quanto meno dopo l’avvento della Rivoluzione industriale. Si contraddistingue da un’altra concezione di tempo, quello ciclico tipico del mondo contadino, agricolo, poiché scandisce il ritmo delle giornate secondo segmenti temporali diversi nei luoghi di lavoro non naturali che ne definisce le pause in misura del salario sancendo con precisione la differenza tra periodi dedicati al lavoro, e al recupero di energie e svago.

Ciò in ragione del fatto che da sempre l’uomo ha cercato di imprigionare Chronos, ed essere padrone del proprio tempo. Tuttavia, oggi in misura ancora più marcata, scopre, non con gradimento, che ha finito con l’imprigionare se stesso.

Nel contesto e ambiente famigliare coabitano, costantemente in atto, processi temporali diversi, che verrebbe più opportunamente chiamarli pluritemporali: in relazione alle età dei componenti, al loro ciclo di vita, ovvero in relazione al ciclo di vita del contesto socio-culturale tecnicamente organizzato secondo le modalità dominanti degli apparati lavorativi di riferimento, siano essi la fabbrica, l’istituzione, l’azienda, l’impresa, o altro.

Ciascuno, pur non sempre consapevolmente, è debitore alla concezione del tempo moderna dominante nella società di appartenenza secondo la quale è prefissata ogni incombenza e azione quotidiana in ragione di ritmi convenzionalmente e socialmente dettati dalle regole dell’impianto.

Questa parola, nell’accezione che già Heidegger aveva colto parlando di gestell, coglie il darsi impositivo della tecnica, come composizione di parti individuabili nell’organizzazione della quotidiana per adattarsi al funzionamento tecnico del mondo.

Possiamo cogliere questo fenomeno in atto nel linguaggio odierno mediante il quale si parla di crescita – economica, produttiva, sociale, culturale, ecc. – come se in tale concezione non avesse più cittadinanza il tempo inteso come orizzonte finito dell’esistenza umana: l’impianto trascende l’umano. E’ una sorta di coercizione a progredire, una costante coercizione a produrre abbinata al tendere verso bisogni sempre nuovi, altrettanto immediatamente soggetti a invecchiare precocemente e destinati ad essere superati dal più nuovo e così via.

Possiamo affermare che essendo mutato il rapporto con la temporalità in ragione delle esigenze dell’impianto, ovvero di ciò che è imposto all’essere umano nel rapportarsi a una modalità dominante in cui si articola il tempo quotidiano in cui regna un tempo inteso come ordinabilità.

I beni di largo consumo ne sono l’espressione insieme all’esistere in quanto soggetti consumatori.
Occorrerebbe chiedersi, pertanto, se in un tempo così organizzato possa esistere ancora qualcosa come un a casa propria, un’abitazione, una dimora e, quindi, una famiglia?

Come convivono così intesi i diversi tempi nella famiglia contestualizzandoli nell’epoca che stiamo vivendo?

L’uomo, contrariamente all’animale che re-agisce, agisce creando quella parte di natura specializzata mancante al suo organismo non specializzato. In tal senso l’uomo può essere inteso come l’insieme del suo mondo tecnicamente ri-creato che supporta le mancanze della sua natura organicamente mancante.

Nel contesto familiare, attraverso esperienze individuali e intersoggettive, l’individuo sperimenta il modo principale di attraversare diverse fasi e cicli, transizioni continue, contrassegnate da oscillazioni fra vecchie e nuove modalità interattive e relazionali superando, o meno, eventi critici, prevedibili in un’epoca, a differenza di quelle passate, dominata dall’impianto, da quell’imporre all’uomo secondo una modalità provocante, ciò che alla natura è imposto come dover costantemente fornire energia, forza, destinata al produrre, fabbricare in vista del consumo.

Anche il linguaggio e la parola invecchiano. Maturano solo a patto che possono arricchire le forme espressive che accompagnano l’incedere dei membri della famiglia nel tempo della vita, invece di consumarsi nella vita degli oggetti da consumare, finendo in tal modo con il consumare, portare a nulla il proprio tempo, poiché rispetto al darsi spontaneo dell’essere greco come φύσις, il darsi impositivo della tecnica è un darsi come accumulo e il tempo contrariamente agli oggetti non può essere accumulato.

Il tempo della famiglia può essere inteso, soprattutto alla luce delle considerazioni precedenti, come quel luogo complesso in cui agiscono forze e spinte, dettate dalle esigenze dell’epoca attuale, in cui l’acquisizione di un linguaggio, atto a interpretare gli eventi dominanti che caratterizzano l’esistenza, rappresenta l’argine, come pensiero in grado di evolversi nell’essere condiviso tra i diversi membri e opporsi all’imposizione dell’impianto.

Ciò affinché, parallelamente al procedere nei cicli esistenziali, possano essere affrontati analoghi cicli e fasi di apprendimento ricorrendo a nuovi linguaggi, analogamente a come fa il bambino nel corso della crescita, che possano intendere il tempo non come un mero dato cronologico-ordinabile dall’imposizione tecnica, bensì anche come crescita delle capacità di parlare e parlarsi in un mondo oltremodo complesso e confondente.

Note bibliografiche:

1.La questione sulla tecnica, una lezione che Martin Heidegger tenne a Monaco di Baviera nel 1953, è forse il più importante lavoro filosofico dedicato alla tecnologia del Novecento.

2.M. Heidegger, Seminari – Zahreingen 1973, p. 145 e segg., Adelphi, 1992.

3.Nietzsche parla della condizione umana come “l’uomo è un animale non ancora stabilmente determinato” in Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano 1997.

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